Immaginate una collana che non si appoggia sulla pelle, ma la sfida. Un girocollo di ossidiana nera, tagliata a lame sottilissime, che si incastra in una struttura di oro bianco satinato, quasi opaco. Ogni movimento è un contrasto: la pietra assorbe la luce, il metallo la respinge. È il genere di gioiello che indossereste con un dolcevita nero di seta, non per abbinarlo, ma per farlo sparire. Laura Gerte, con la sua collezione per la primavera 2027, ha capito che l’alta gioielleria non deve più inseguire la moda, ma deve precederla, diventando l’unico accessorio necessario. Il suo messaggio è chiaro: il gioiello non completa un look, lo crea.
Dalla passerella alla pelle: il gioiello come primo strato
Quello che colpisce della proposta di Gerte non è tanto l’uso di materiali preziosi, quanto la loro messa in scena. Lei lavora per sottrazione. Invece di accumulare diamanti, li isola. Invece di decorare, struttura. I suoi bracciali non sono bracciali: sono architetture che abbracciano il polso, lasciando spazi vuoti che diventano parte del disegno. È un approccio che ricorda da vicino il lavoro di uno scultore, più che di un orafo tradizionale. Per chi scrive di gioielli da anni, è raro vedere pezzi che dialogano così direttamente con il corpo, senza mediazioni. Non sono oggetti da ammirare in vetrina: sono da indossare, subito, come un’estensione della propria identità.
Il colore del silenzio: perché il nero è il nuovo lusso
In un’epoca di eccessi cromatici, Laura Gerte sceglie il nero. Ma non un nero qualsiasi: è il nero dell’ossidiana, dello spinello, dell’opale nero. Pietre che non brillano, ma che pulsano di un’intensità nascosta. Questo è un colpo da maestra nel mondo dell’alta gioielleria, dove da decenni si è data la caccia alla luce, al riflesso, al fuoco. Gerte ribalta la prospettiva: il vero lusso oggi è il silenzio, l’assenza, la capacità di non gridare. Un anello con un cabochon di onice nero, montato su un castone di platino spazzolato, vale più di mille diamanti perché non cerca approvazione. È un gioiello che parla a chi lo indossa, non a chi lo guarda.
La texture come firma: quando l’oro imita la tela
L’elemento più innovativo della collezione è la lavorazione delle superfici. Gerte utilizza una tecnica che definirei ‘a grana di tessuto’: l’oro viene martellato e poi sabbiato con polvere di granato, creando una texture che ricorda la lana cardata o il lino grezzo. È una scelta coraggiosa, perché la tradizione vuole l’oro liscio e lucido. Ma qui l’oro diventa morbido, quasi tattile, invitando al tocco. Un paio di orecchini a cerchio in oro giallo 18 carati, con questa finitura, sembrano più un tessuto che un metallo. È un’illusione che solo la più alta maestria sa creare, e che trasforma il gioiello in un’esperienza sensoriale completa. Non si guarda e basta: si tocca, si sente, si vive.





